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Territorio

Deruta e la ceramica

I primi insediamenti artistici in Deruta furono sicuramente favoriti dalla facile reperibilità di argilla, materia prima della lavorazione della ceramica, sia nelle colline derutesi, dove ancora veniva estratta nei primi decenni del nostro secolo, sia nei dintorni, compresi i depositi alluvionali del fiume Tevere, anch'essi sfruttati fino a circa cinquanta anni fa.

E' documentata l'esistenza, fin dal 1296, del toponimo "terra vasaria" sulle rive del Tevere nel territorio della vicina Torgiano ed è stato recentemente evidenziato come in un'ampia zona della media valle tiberina, tra Perugia e Todi, possano rintracciarsi testimonianze di consistenti produzioni di laterizi e terrecotte, in tempi remoti. In seguito la felice posizione geografica di Deruta, specie per la prossimità ad importanti vie di comunicazioni terrestri e fluviali, favorendo i commerci e gli scambi, potrebbe aver sostenuto lo sviluppo delle attività dei vasai e l'espansione dei loro commerci. La città si è configurata quindi, specie fra i secoli quindicesimo e sedicesimo e nuovamente nel nostro secolo, come uno straordinario fenomeno di monoeconomia basata sulla produzione della ceramica. Pertanto grazie alla "funzione di crocevia" svolta da Deruta nei secoli XIV-XVI varie esperienze artistiche e tecniche di lavorazione dovettero qui amalgamarsi in un fecondo incontro.

Nella seconda metà del Quattrocento Deruta è interessata da alcuni fenomeni che avranno un'influenza determinante sullo sviluppo della ceramica. Deruta e i suoi maestri vasai furono, infatti, al centro di un intenso movimento artistico e commerciale dove emerse in particolare, sia un consistente fenomeno di immigrazione di vasai provenienti da vari centri d’Italia a seguito delle esenzioni fiscali quarantennali concesse per favorire il ripopolamento della città dopo la epidemia di peste del 1456 che apportarono nuove tecniche e decorazioni, sia uno stretto rapporto con i maggiori esponenti della pittura umbra del periodo i cui temi e soggetti iconografici vengono ampiamente riprodotti sulle ceramiche derutesi, che infine, un mutuo scambio con i mercanti e i vasai perugini con cui si concludono contratti di compagnia commerciali di notevole volume produttivo.

Nella seconda metà del Cinquecento sopravvive poi una versione popolare e singolare del genere istoriato reinterpretato in versione compendiaria nella produzione di targhe di culto e votive, di cui straordinario esempio sono le oltre seicento mattonelle votive conservate nella chiesa della Madonna dei Bagni a Casalina di Deruta. Dopo una fase ad inizio '800 di parziale abbandono delle arti ceramiche, a fine secolo i primi studi ceramologici, le ricerche storiche e l'interesse di amatori e collezionisti, favorirono la ripresa artistica e industriale che fu segnata da una esposizione a premio organizzata dal Comune di Deruta nel 1872.

Una mostra di antiche ceramiche derutesi fece da corollario al concorso e da qui probabilmente si originò l'idea di costituire un museo comunale, ancora oggi visibile nell'arroccato centro medievale che domina l'immensa vallata del Tevere.

SANTUARIO DELLA MADONNA DEI BAGNI

Il piccolo Santuario della Madonna dei Bagni si trova sulla strada che da Perugia va a Todi a circa 2 chilometri da Deruta nella località di Casalina. Si racconta che nel 1657 mentre camminava in questa zona tal Cristoforo di Filippo, merciaio di Casalina, vide in terra il fondo di una tazza di maiolica raffigurante l'immagine della Madonna con il Bambino.

Dopo averla raccolta la attaccò tra due rami di una quercia. Tempo dopo Cristoforo che aveva la moglie molto malata, passando davanti al pezzo di ceramica che aveva attaccato, pregò la madonna e la supplicò di guarirgli la moglie. Tornato a casa, trovò la moglie guarita e per ringraziarLa per aver ascoltato le sue preghiere, Cristoforo pose sulla quercia una targa votiva. Fu così che iniziò la devozione alla Madonna dei Bagni e il santuario accolse le preghiere di sempre più fedeli che come ringraziamento alla Vergine lasciarono molte maioliche votive policrome, ad oggi oltre 600, che rivestono quasi tutte le pareti della chiesa.

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